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Venerdì 18 Maggio 2012 - Aggiornato 17/05/2012 18:40 - Online: 286 - Visite: 8388607

18/02/2012 17:23

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Pistacchi

Da Bronte alla California

Pistacchi

Ragusa - Posso serenamente affermare di non conoscere i pistacchi californiani (a meno di non averne mangiati senza sapere provenissero dallo stato confederato che si affaccia sull’Oceano Pacifico). E sono convinto che siano ottimi.

Ma vederne centinaia di confezioni sul banco di un supermercato di Ragusa, lo confesso, mi ha fatto una certa impressione. D’accordo con la globalizzazione. D’accordo con i mercati liberi dove la libera concorrenza garantisce qualità e convenienza (tutta da verificare, sia la qualità sia la convenienza, com’è andata con la liberalizzazione del prezzo della benzina, che ha portato un litro di super a due euro, pazzesco). Insomma, sono d’accordo con tutti gli slogan e le parole d’ordine del nuovo mondo (non inteso in senso cristoforocolombiano). Ma, permetterete, ci si impressiona non poco a vedere a Ragusa i “pistachios “, anche se “roasted and salted”, che immaginiamo significhi brustoliti e salati. Insomma, i migliori pistacchi del mondo crescono spontanei e floridi a cento chilometri da qui, tutto intorno alla città etnea di Bronte che, proprio per i pistacchi oltre che per Lord Nelson, è giustamente famosa in tutto il mondo. E però, però, la nuova economia porta sugli scaffali di un supermercato ragusano i pistacchi che arrivano dalla lontanissima California (ammesso sempre che non siano prodotti coltivati altrove e poi confezionati per sembrare americani, ma non ne vedremmo il senso e la convenienza).

Non sono un esperto, e non saprei dire se quel cinque euro e coccia a confezione sia oppure no un buon prezzo per i pistachios americani. Ed anche ammesso che fosse un prezzo ottimo, come ottima sarà certamente la qualità di questi frutti secchi importati, ma vi sembra logico? Facciamo campagne e conferenze per tutelare i nostri prodotti tipici, spendiamo vagonate di soldi (in questo nessuno può competere colla Regione Siciliana) per portare imprenditori, amministratori ed esperti di marketing territoriale nelle Bit di Milano e nelle But di Amburgo, riempiamo pagine di giornali con il novello credo “zero chilometri” e poi i pistacchi, ripeto i pistacchi, non le uova di storione o qualche altro prodotto tipico di altre latitudini (che, se lo vuoi, lo paghi e ne godi), lo importiamo dalla California, cioè dall’altra parte del mondo.

Il giorno che dovessi vedere su quei banconi del supermercato del quale sono (ero?) cliente, il caciocavallo peruviano, o le provole vietnamite, o il pomodorino lituano, giuro che mi incateno al cancello del Municipio, magari con un bel cordon (bleu).

Saro Distefano

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